Jongmyo Daeje. La memoria dei Re.

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Di Emiliano Pennisi – La Corea del Sud di oggi è un paese all’avanguardia e che guarda al futuro. Lontano dai tristi ricordi della guerra e della povertà, i coreani continuano la loro corsa verso il benessere e la ricchezza.

Così, in nome di un progresso che sembra significare solo tecnologia e velocità molte antiche tradizioni vanno sempre più svanendo nell’aria fresca del mattino che sfiora gli avveniristici grattacieli di Seul. Diventano figure evanescenti proprio come gli spiriti che le sciamane coreane invocavano un tempo per propiziare un buon raccolto, per curare malattie o per assicurare ai pescatori che si mettevano in mare che non avrebbero incontrato tempeste sul loro cammino.

Non tutto però è andato perduto e talvolta una semplice passeggiata in centro a Seul può portarci indietro nel tempo…

“…Quella mattina, prima dell’alba, il re lasciò il suo palazzo dopo aver ricevuto il saluto delle guardie. Un funzionario gli rese omaggio portando il sigillo reale mentre lui saliva su un piccolo carro che lo avrebbe condotto poco lontano, alla carrozza reale che lo stava attendendo.

Alcuni soldati si avvicinarono al re con un parasole e un grande ventaglio, mentre altri soldati della scorta lo seguivano in modo tale da condurlo in tutta sicurezza a destinazione.

Era un giorno speciale per il re. Era il giorno in cui si rinnovava la memoria dei suoi antenati con l’invocazione del loro spirito.

Il sovrano nel suo ruolo di gran sacerdote e alcuni suoi funzionari in veste di officianti avevano trascorso una settimana a purificare il corpo e la mente mangiando cibi semplici, evitando di visitare gli ammalati, di ascoltare musica e di firmare sentenze capitali.

Il corteo giunse nel santuario di Jongmyo, costruito nel 1394 dal re Taejo, il fondatore della dinastia Joseon e tra la folla il sovrano arrivò nei pressi del grande padiglione che custodiva le tavole sacre sulle quali erano incisi i nomi dei suoi antenati.

I funzionari di corte occuparono ognuno il proprio posto, due di loro si alzarono in piedi dinanzi alle sacre tavole mentre altri due iniziarono il rito offrendo del vino di riso (ulchangju 울창주) agli spiriti della Terra in segno di saluto.

Le sacre tavole furono poste di fronte all’altare e un profumatissimo incenso venne bruciato per compiacere gli spiriti del Cielo. 

Con l’offerta del vino e con l’incenso che si spandeva per ogni dove, una musica maestosa accompagnata dal battere incessante dei tamburi conduceva il re all’incontro con gli spiriti, mentre una melodiosa canzone raccontava le gesta dei re del passato e il loro coraggio nel difendere la terra del Calmo Mattino dalle invasioni straniere.

Dopo aver offerto agli spiriti il sangue di una mucca, di una pecora e di un maiale, il panno che aveva avvolto il sacrificio fu portato via e al suo posto giunsero i cibi. Tutto ciò che rimase del rito venne bruciato in ossequio a quelle regali presenze. 

La musica e i tamburi battenti accompagnarono il vino di riso offerto agli spiriti degli antichi re, mentre un officiante leggeva una preghiera di buon augurio per il re in carica e gli altri si inchinavano con deferenza in suo onore.

I celebranti parteciparono al banchetto, mangiarono e bevvero insieme agli spiriti ricevendo la loro benedizione e si inchinarono quattro volte dinanzi a loro in segno di gratitudine.

Al termine, con movimenti ritmati e al suono di danze rituali, i cibi e il vino furono portati via e una cerimonia di saluto riapriva agli spiriti dei re le porte delle loro dimore celesti. Tutti gli officianti si inchinarono nuovamente con lo sguardo rivolto alle sacre tavole per un ultimo saluto e una musica di una bellezza senza tempo accompagnò il commiato mentre le preghiere scritte venivano bruciate per assicurarsi il favore degli spiriti degli antenati…”

…All’improvviso il rumore del traffico e delle auto della polizia mi riportarono al presente. Ero in piedi in mezzo a una folla curiosa e festante e aspettavo che il corteo del re passasse davanti a noi sulla centralissima strada di Jongno per poi entrare nel santuario di Jongmyo.

Ancora oggi la suggestiva cerimonia del Jongmyo Daeje viene ripetuta ogni anno grazie ai discendenti della famiglia reale Yi che tengono viva la memoria dei loro antenati. La rappresentazione e` di grande effetto e gli abiti d’epoca, gli strumenti musicali tradizionali danno l’impressione di vivere per un momento nella Corea del passato.

Ai giorni nostri per fortuna il rito non prevede più il sacrificio di animali per ingraziarsi le anime dei defunti, ma i coreani tengono molto ugualmente a rivolgersi a quelle silenziose e nobili presenze per augurare pace e prosperità al loro paese.

Il Jongmyo Daeje si svolge a Seul nella prima domenica di Maggio e nel 2001 è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’umanità.

* Emiliano Pennisi, di Roma, vive a Seoul da 14 anni, dove insegna lingua e cultura italiana alla Sogang University.

“Nuovo Cinema Coreano”, in streaming gratis.

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Il Consolato Generale della Repubblica di Corea di Milano ha organizzato “NUOVO CINEMA COREANO”, un programma di proiezioni gratuite in streaming di alcuni film coreani di successo.

Si parte con il film “Mademoiselle” del regista Park Chan-wook, una magnetica storia di intrighi e segreti di cui è vittima una giovane ereditiera nella Corea degli anni ’30, visibile, in collaborazione con la Cineteca di Milano e Altre Storie, dalle ore 10.00 di martedì 16 giugno fino alle ore 10.00 del 19 giugno su www.cinetecamilano.it, previa registrazione gratuita sul sito della Cineteca per la visione in streaming.

Il Tempio Jogyesa di Seoul.

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Cominciamo sulle nostre pagine un viaggio alla scoperta dei templi buddhisti coreani noti e meno noti. Luoghi che hanno dato, e che danno ancora tanto alla cultura coreana, amati dai coreani e dai viaggiatori stranieri.

Oggi ci occupiamo di un tempio davvero speciale per i buddhisti coreani: il Tempio Jogyesa di Seoul. E’ qui che ha sede l’ordine Jogye, il principale ordine monastico buddhista coreano.

Il complesso fu edificato sul finire del XIV secolo durante il periodo Goryeo, ma fu ricostruito, dopo un devastante incendio, nel 1910 assumendo il nuovo nome Gackhwangsa. Nel 1936 al tempio fu assegnato il ruolo di tempio principale del buddhismo coreano e ribattezzato con il nome di Tegosa. Nel 1954, al termine del conflitto del 1950-53, e in una Corea non più sotto dominio del Giappone (dal 1945), si cercò di eliminare l’influenza giapponese sul buddhismo coreano e di far rivivere gli insegnamenti tradizionali. In questa nuova fase il tempio assunse il nuovo, e attuale, nome di Jogyesa.

Il fulcro del Jogyesa è rappresentato dalla grande sala in legno Daeungjeon. Completata nel 1938, il suo design seguì lo stile della dinastia Joseon. L’esterno è decorato con scene della vita del Buddha e decorazioni floreali intagliate nel legno, mentre all’interno dominano la scena tre gigantesche statue del Buddha: a sinistra Amitabha, Buddha del Paradiso Occidentale; al centro il Buddha storico, che visse in India e raggiunse l’illuminazione; sulla destra il Bhaisaiya o Buddha della Medicina, con in mano una ciotola di medicine tradizionali. Sulla destra, entrando nel Daeungjeon, il piccolo Buddha del XV secolo nella teca di vetro che, fino al 2006 era la statua principale della sala, prima di essere sostituito dai tre Buddha.

Dietro il santuario principale si trova la moderna sala del Buddha Amitabha, dove si svolgono i servizi funebri. Sul lato sinistro del complesso si trova lo stupa ottagonale a 10 piani in cui è custodita una reliquia del Buddha portata in Corea nel 1913 da un monaco dello Sri Lanka.

Nel complesso si trova anche il Museo Buddista Centrale dove è possibile ammirare capolavori dell’arte buddhista coreana e altri manufatti religiosi.

L’occasione migliore per visitare il tempio è durante lo spettacolare Lotus Lantern Festival, una festa che ogni anno celebra la nascita del Buddha, in primavera (le date cambiano ogni anno in base al calendario lunare).

Il tempio è situato nel pieno centro di Seoul ed è facilmente raggiungibile.

Come arrivare
Indirizzo: 55, Ujeongguk-ro, Jongno-gu, Seoul
Stazione Metro 1 Jonggak, uscita 2.

Nascita del Buddha.

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Oggi, 30 aprile, i coreani festeggiano i 2.564 anni dalla nascita del Buddha. Nell’immagine il Tempio Jogyesa, il principale tempio buddhista di Seoul e della Corea del Sud. Seppur quasi del tutto fuori dall’epidemia di Covid19, tutte le celebrazioni quest’anno si svolgeranno nel rispetto di alcune regole basilari: mascherina, distanza di sicurezza e gel disinfettanti.

Ph. Jeon Han

Corso di Studi Coreani a Siena.

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Segnaliamo che l’Università per Stranieri di Siena, in collaborazione con il Centro CLASS e con il supporto della Korea Foundation, organizza la seconda edizione dell’International Summer School “Corso di Formazione sugli Studi Coreani”, che avrà luogo a Siena dal 13 al 18 luglio 2020.

A causa dell’emergenza Covid-19, quest’anno i corsi si svolgeranno in modalità telematica, su piattaforma Moodle E-learning. 

La Summer School ha l’obiettivo di promuovere la conoscenza della Corea attraverso la sua lingua, cultura e storia. Si rivolge a studenti universitari, assegnisti e ricercatori al fine di approfondire i loro percorsi formativi e fornire strumenti teorici e pratici in vista dell’ingresso nel mondo del lavoro. Ha inoltre lo scopo di trasmettere conoscenze teoriche e operative inerenti agli studi coreani, e di fornire competenze a tutti i soggetti operanti a vario titolo negli ambiti culturali, sociali, economici con la Repubblica di Corea.

Le attività formative suddivise in 4 moduli saranno realizzate da Coreanisti esperti nelle tematiche di area sociale, linguistica, storica e culturale. I relatori sono la prof.ssa Imsuk Jung, il prof. Kim Gwangseok, Jagiellonian University di Cracovia, Polonia, il prof. Antonio J. Doménech, Malaga University, Spagna e la prof.ssa Giuseppina De Nicola,Università di Roma La Sapienza.

La scadenza per le adesioni è stata prorogata fino al 30 maggio 2020. Di seguito potete scaricare il programma (con all’interno il link al modulo di iscrizione on line), la locandina e il calendario delle lezioni.

Programma

Locandina

Calendario 

Il video nell’arte contemporanea coreana.

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Quando e come gli artisti coreani si sono approcciati al video come medium di espressione artistica? Qual è il contesto del suo sviluppo in relazione all’arte coreana? Yi Won-Kon, teorico dei media e membro della prima generazione di videoartisti coreani, esamina 30 anni di storia della videoarte coreana dagli anni ’70 agli anni ’90 sulla base dei suoi risultati di ricerca e delle sue esperienze come parte della scena artistica di quegli anni. Dal suo punto di vista, i pionieri della videoarte coreana negli anni ’70 si sono concentrati sul video come strumento di contemplazione e creazione nel contesto dell’arte sperimentale d’avanguardia. Con l’influenza di Nam June Paik e lo sviluppo del mezzo video, gli anni ’80 portarono alla nascita di opere che esploravano la specificità media del video o combinandola con sculture e installazioni. Durante gli anni ’90, la videoarte ha subito un’espansione nella forma e nei contenuti sotto l’influenza del postmoderno occidentale. Non perdetevi questo splendido e completo articolo pubblicato sulla rivista Art in Culture (in coreano) e qui, su The Artro in inglese.

I coreani amano l’arte. Parlano i dati.

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Da 26 anni “Il Giornale dell’Arte” e “The Art Newspaper” producono un report analitico sui numeri delle principali mostre d’arte del mondo.

Dal report del 2019 emerge chiaramente come tra le mostre d’arte (a pagamento) più visitate a livello globale figurino alcune esposizioni coreane.

Nel dettaglio: la mostra più visitata al mondo è stata “Tutankhamon: tesori del Faraone d’oro” a Parigi, con 1.423.170 visitatori.

Subito dopo troviamo:

– al 2^ posto: “Choi Jeong Hwa: Blooming Matrix”, al National Museum of Modern and Contemporary Art di Seoul, con 804.871 visitatori;

– al 3^ posto: “Yun Hyong-keun”, al National Museum of Modern and Contemporary Art di Seoul, con 799.098 visitatori;

– al 4^ posto: “What Ought to be Done? Work and Life”, al National Museum of Modern and Contemporary Art di Seoul, con 736.171 visitatori.

A seguire nella classifica, tra le prime cinquanta posizioni, troviamo altre mostre coreane alle posizioni 23, 26, 27, 44.

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Nelle immagini la mostra dell’artista coreano Yun Hyong-keun, al National Museum of Modern and Contemporary Art di Seoul.

Mostra ARCOI – KoreArt. Segni dell’esistenza

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Il 22 marzo 2019 alle ore 19,00 si inaugura a Roma, presso la sede dell’Istituto Culturale Coreano, la mostra dell’associazione artistica ARCOI, dal titolo “KoreArt – Segni dell’Esistenza”.

Verranno presentate circa trenta opere di 22 artisti coreani in attività sul territorio italiano. Attraverso questa mostra gli artisti raccontano i “Segni dell’Esistenza”. L’artista di qualunque epoca si ritrova sempre a fare i conti con l’identità e il significato della vita. L’identità sentita come individuo ed essere umano, o ancora identità intesa come identità artistica di un artista. All’artista attraverso l’identità che assume la propria opera nel contesto artistico vengono poste svariate domande che lo portano ad una profonda introspezione esistenziale. Queste infinite domande si inseguono all’interno e all’esterno dell’artista.
In questo circolo infinito di domande l’artista trova il valore della propria essenza che esprime attraverso la sua opera. L’opera non è che l’esteriorizzazione del percorso di avvicinamento all’identità essenziale dell’artista. Questo percorso può essere per esempio un’introspezione dell’essere umano e della natura per la formazione del proprio mondo interiore o della propria spiritualità o ancora l’espressione di un umanismo satirico di derivazione filosofico-naturalistica. La serie di opere esposte sono i segni e l’espressione dell’evoluzione del pensiero e dell’identità dei vari artisti.
Dentro le opere ci sono le storie degli artisti che provano anche crisi di identità vivendo da coreani all’estero. Ma allo stesso è un’occasione potendo conoscere persone e culture differenti con nuove fonti d’ispirazione. Il risultato è la possibilità di vivere la vita e i segni esistenziali di diversi artisti di età e pensiero differente.
Si tratta di una mostra speciale che spazia su diverse discipline: si avrà la possibilità di ammirare la scultura, la pittura occidentale, la pittura orientale, il patchwork, la ceramica, le installazioni, l’objet, la fotografia in una sola mostra.

Cinema coreano: “The spy gone North”.

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“The spy gone North” è l’ultimo film del regista sudcoreano YOON Jong-bin, uscito nelle sale cinematografiche coreane nel 2018.

Siamo nel 1993 e la penisola coreana, nonostante il crollo del comunisno a livello globale, vive ancora in in clima di piena guerra fredda. Le tensioni tra le due Coree si intensificano, in particolare a causa dello sviluppo delle armi nucleari avviato dalla Corea del Nord. Seok-young Park, un maggiore dell’intelligence militare della Corea del Sud con nome in codice “Black Venus”, è stato incaricato di infiltrarsi nell’impianto nucleare nordcoreano. La sua nuova identità è quella di un uomo d’affari sudcoreano interessato ad avviare un business con la Corea del Nord. In questo modo si avvicina a Myung-woon Lee, un alto funzionario nordcoreano con base a Pechino. Dopo aver gettato le basi per anni, Seok-young riesce finalmente a conquistare la fiducia della classe dirigente nordcoreana e ad assicurarsi un buon contratto. Tuttavia, Seok-young scopre presto che sia la Corea del Nord che la Corea del Sud stanno facendo accordi segreti per i propri interessi nelle elezioni presidenziali della Corea del Sud del 1998.

Spettacolo di danza coreana.

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Il 30 gennaio 2019 si svolgerà presso l’Istituto Culturale Coreano di Roma uno spettacolo di danza molto particolare con gli artisti del DANDANs Arts Group. Uno spettacolo della tradizione coreana con lo sguardo rivolto al presente e alla modernità. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

Per maggiori informazioni http://italia.korean-culture.org/it/760/board/525//read/94070.

500 anni di mappe della dinastia Joseon in mostra a Seoul.

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Presso il Museo Nazionale della Corea è stata inaugurata nel mese di agosto una importante mostra dedicata alle mappe geografiche coreane di epoca Joseon.
La Corea ha, infatti, una lunga tradizione cartografica  che risale ad oltre 1500 anni, e questa mostra è l’esito di una ricerca curatoriale molto approfondita su un periodo di circa 500 anni, che va a coprire l’intera epoca della dinastia Joseon (1392-1897). Si tratta di mappe molto interessanti non solo da un punto di vista storico e cartografico ma anche artistico, che fanno di questa mostra la più importante del genere mai realizzata in Corea.

Dove: National Museum of Korea

Quando: dal 14 agosto al 28 ottobre 2018.

La Corea al Salone del Gusto per promuovere il suo “Slow Food”

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Dal 20 al 24 settembre Korea Agro-Trade Center presenta a Torino l’equilibrio nutrizionale e l’armonia dei sapori dei cibi fermentati. E per gli amanti della cucina coreana, quattro ristoranti da non perdere.

Korean Food = Slow Food. Anche la Corea del Sud, rappresentata dall’agenzia governativa Korea Agro-Trade Center, parteciperà con il proprio stand (Lingotto – Oval Asia&Oceania 6J003) all’evento internazionale Terra Madre Salone del Gusto, che si terrà a Torino dal 20 al 24 settembre.
Durante la kermesse torinese l’obiettivo di AT Korea sarà quello di far conoscere il “Paese del calmo mattino” attraverso degustazioni gratuite di vari cibi, tra cui quelli fermentati. Il processo di fermentazione garantisce infatti alle specialità coreane proprietà nutrizionali fondamentali per la salute, nel rispetto dell’antica visione della Corea secondo cui il cibo è anche medicina.
La tradizione culinaria coreana si collega direttamente alle aree tematiche di Terra Madre (#foodforchange: Slow Meat, Slow Fish, Semi, Cibo, Api, Insetti e salute) grazie alle sue proprietà nutrizionali: il cibo coreano è, per tradizione, tra i più salutari al mondo.
“La fermentazione è l’elemento che ci caratterizzerà all’interno della manifestazione”, dichiara KIM Minho, Direttore di Korea Agro-Trade center Europa. “Questo processo rende i nostri piatti un toccasana per la digestione, il benessere dell’intestino, la bellezza della pelle, oltre ad essere un alleato del sistema immunitario e un aiuto per un buon riposo. Tra le eccellenze gastronomiche, non vanno dimenticate le numerose salse (jang) utilizzate come base per le pietanze, i liquori (Makgeolli) e alcuni prodotti conosciuti in tutto il mondo come il ginseng e moltissime varietà di tè. Grazie a Slow Food potremo quindi raccontare ai visitatori i principi della nostra cucina”.
Tra le degustazioni proposte durante la kermesse torinese, il Kimchi, la pietanza coreana fermentata più conosciuta e consumata nel mondo, il Bulgogi, piatto composto da strisce sottili di manzo marinato in salsa di soia e poi grigliato e il Bibimbab, a base di riso verdure condite e salse.

Per gli amanti del cibo coreano, anche Torino offre alcuni ristoranti da non perdere: Noodles Store (Corso Trapani 139C), Tobiko Restaurant (Via Vittorio Alfieri 20), Sonamu Korean Restaurant (Corso Peschiera 160) e Ristorante Leon (via del Carmine 22).

 

L’arte “Minhwa” alla Fondazione Matalon di Milano.

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Si inaugura il 12 luglio 2018, alle ore 18,30, presso la Fondazione Matalon di Milano, Foro Buonaparte n. 67, la mostra sull’arte “Minhwa”, pittura tradizionale e popolare coreana.
L’arte Minhwa, fin dalle origini, ha rappresentato nella pittura coreana animali e figure della mitologia popolare, scene di vita quotidiana e simboli di felicità e benessere. Un tempo, i suoi artisti si spostavano di città in città seguendo eventi religiosi e manifestazioni locali, e realizzando lavori su ordinazione commissionati da nobili o persone comuni. Il triste evento storico della Guerra di Corea (1950-1953) ha decretato il declino di questa tradizione che ha avuto una rinascita solo a partire dagli anni ottanta del secolo scorso. Grande merito nella ripresa dell’arte Minhwa va all’associazione Korean Folk Painting, la più grande in ambito artistico di tutta la Corea. Nasce nel 1995 per unire e rappresentare gli artisti che intendono proseguire e riproporre in chiave contemporanea il genere Minhwa, dando vita ad un vero e proprio movimento.

 

“Su Muk”, l’arte della pittura coreana a inchiostro in mostra a Milano.

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Si inaugura il 3 luglio 2018, alle ore 18,30, e proseguirà fino al 10 luglio, la mostra collettiva di “Su Muk” (inchiostro asiatico), presso la Fondazione Luciana Matalon di Milano. La mostra, curata da Michela Ongaretti, rientra negli appuntamenti della Korean Wunderkammer 2018, il festival dedicato all’arte coreana che si svolge da alcuni anni a Milano nei mesi di giugno e luglio.

Settanta artisti coreani anno portato negli spazi espositivi della Fondazione Matalon le antiche tecniche e i saperi della pittura a inchiostro coreana. Per le opere esposte sono stati utilizzati gli strumenti della calligrafia tradizionale per poi avvicinare illustrazione e pittura in un unico genere. La tecnica del “Su Muk” trasforma in acquerello il nero profondo dell’inchiostro secondo concentrazioni diversificate. Servono anni di pratica per perfezionare il movimento del pennello e il flusso di inchiostro, calibrando la tonalità e l’ombreggiatura ottenute variando la densità dell’inchiostro, sia mediante una macinazione e levigatura dello stick di inchiostro in acqua, sia a seconda della pressione della pennellata. Sin dai tempi antichi l’ombreggiatura è una tecnica così raffinata da riuscire a rendere variazioni nella tonalità sorprendenti, dal nero intenso al grigio argenteo. La stessa millenaria tecnica oggi viene associata ad altri colori per una resa delicata o decisa, influenzati da quella filosofia per cui non si riproduce semplicemente un soggetto ma si cattura il suo spirito.

Mostra personale di Kim Seung-Ho a Milano.

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Si inaugura oggi, 29 giugno, alle ore 18,30, la mostra dell’artista coreana Kim Seung-Ho presso la Galleria del Consolato coreano di Milano. La mostra rientra nel circuito della “Korean Wunderkammer 2018” il Festival di arte coreana che ha coinvolto diversi artisti e diversi spazi espositivi a Milano e provincia.

La mostra sarà visitabile fino al 9 luglio.

Dove: Consolato Generale della Repubblica di Corea
Piazza Cavour, 3 – 20121 Milano

 

 

Partecipa alla gara di cucina coreana!!

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Ricordiamo che il 14 luglio 2018, il Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano organizzerà la Gara di Cucina Coreana 2018 presso la sede di Farm 65 (Alzaia Naviglio Pavese, 260, 20142 Milano). Di seguito maggiori informazioni per partecipare:

ㅇ Requisiti
– Cuochi professionali e amatoriali
– Il partecipante deve possedere la cittadinanza italiana e né lui/lei né i suoi genitori devono aver mai avuto cittadinanza coreana o origine coreana. (Eccezion fatta per le persone adottate di origine coreana). Non sono ammessi cittadini di Paesi terzi.

ㅇ Gara di Cucina Coreana 2018
– I partecipanti dovranno rispettare il limite di tempo (1 ora) per la preparazione e presentare i loro piatti in 3-5 minuti.
– I menù per la gara possono essere scelti liberamente, ma la ricetta deve ispirarsi alla cucina coreana e includere l’uso di prodotti agroalimentari FERMENTATI COREANI come kimchi, pasta di soia fermentata (doenjang), pasta di peperoncino (gochujang), ecc o liquore tradizionale coreano come makgeolli e cheongju
ㅇ Valutazione
– Ai fini della valutazione verranno considerati anche il metodo di lavoro, la presentazione del piatto, l’originalità, la tecnica.
– Verranno aggiunti punti supplementari (max. 5 punti) per chi pubblica il video su youtube o presenta le foto scattate durante il corso di cucina.
ㅇ Premi per i vincitori della gara
– 1° posto : 1,000 euro
– 2° posto : 300 euro
– 3° posto : 200 euro
ㅇ Scadenza : 29 giugno 2018
– Documenti necessari : ①domanda di partecipazione (in forma libera contenente le seguenti informazioni: data di nascita, occupazione, breve lettera di presentazione, motivo di partecipazione), ②copia di documento di identità, ③ ricetta per la gara
– I moduli possono essere presentati via email, via posta o di persona al seguente indirizzo
Consolato Generale della Repubblica di Corea
Piazza Cavour 3, 20121 Milano
Email: nrkim13@mofa.go.kr (Dott.ssa KIM Noori)

La tigre nell’arte coreana.

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La tigre è un elemento che appare frequentemente nella mitologia, nelle fiabe e nelle tradizioni popolari della Corea. E’ anche un tema molto ricorrente nella pittura, nella scultura e nell’artigianato.
Le prime raffigurazioni della tigre in Corea risalgono all’età del bronzo (reperti archeologici nella zona di Ulsan). L’immagine del felino appare in seguito sulle pareti delle tombe di Goguryeo (37 AC-668 DC), all’esterno delle tombe reali di Silla (676-935) e in molti reperti di epoca Goryeo (918-1392). Tuttavia, le maggiori testimonianze artistiche oggi conservate risalgono alla più recente dinastia Joseon (1392-1897), e si tratta in particolare di dipinti su carta.
Figura protettrice e di congiunzione fra il mondo dei vivi e l’aldilà, ritroviamo dunque la tigre dipinta sulle pareti delle antiche tombe reali e scolpita sui sarcofaghi di pietra.
È importante sottolineare, inoltre, come la tigre sia stata sempre venerata come una delle quattro divinità protettrici del paese nelle quattro direzioni: il drago blu a est, la tigre bianca a ovest, l’uccello vermiglio a sud e la tartaruga nera a nord.
La prospettiva coreana della tigre si trasforma durante la dinastia Joseon. La rappresentazione si fa più realistica e la tigre appare in molti dipinti sul Capodanno come talismano per respingere le forze maligne. Una tigre dall’aspetto feroce viene in questo periodo spesso associata al potente drago, mentre una rappresentazione comica appare tipicamente con le gazze, portatrici di buone notizie. La tigre è stata variamente ritratta nell’arte coreana in quanto percepita come qualcosa di più di un semplice trofeo di caccia o di un feroce predatore. Essa è stata venerata come una divinità che controlla il destino umano e custodisce lo spazio e il tempo, e in quanto tale considerato un essere soprannaturale dalla forte carica spirituale. Simbolo di buona fortuna, di coraggio e di potere.

Scarica gratis la rivista del Museo Nazionale coreano!

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Puoi scaricare gratuitamente l’ultimo numero della rivista trimestrale edita dal Museo Nazionale della Corea, pubblicazione dedicata all’arte coreana. In questo numero interessanti articoli sulla rappresentazione della tigre nella pittura coreana e sui vasi Celadon di epoca Goryeo e Joseon.

Clicca qui per scaricare la versione pdf

Scopri i sapori della Corea!!

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Venite a scoprire gli autentici sapori dello street food coreano!

Il 1^ giugno “aT Korea Agro-Trade Center” di Milano, ente governativo sudcoreano creato per promuovere il settore agroalimentare, vi aspetta per farvi assaggiare le prelibatezze della cucina coreana.

Dove: Milano, Corso Buenos Aires – Piazza Oberdan (MM1 Porta Venezia)

Quando: dalle ore 15,30 alle ore 19,30

 

The Writer as Witness: Testimonial Narratives in Korea.

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by Kang Yu-jung – Novels are fiction. This might be so obvious it could even be the very first line of an introductory lecture on literature. Novels are crafted stories, made up of events that seem plausible. If such crafted stories are fiction, then non-fiction is supposed to be the exact opposite: a recounting of real events. Stories based on real events, historical events that really took place, are non-fiction. But is it actually possible to make events that really did happen into a story without crafting them in some way? Can we really believe that all history, which claims to record events that happened in the real world, is complete fact?

All novels, without exception, are involved with history in some way. This is because as long as anyone lives with flesh and bones and has feet on the ground, one cannot help but be a part of history. This is true even for those often seen as residing on the fringes of history, the “ordinary people” history tends to overlook. This is the reason that all novels, especially those that consider the modern history of Korea, are both non-fiction and fiction at the same time. All fiction is both history and fact.

Published in 1989, Kim Won-il’s novel The House with a Sunken Courtyard depicts the life of a family of refugees during the Korean War. Having fled south without their father, the family manages to find a place to live, but suffers from poverty and exhaustion in the aftermath of the war. The situations of the various families who all live in different rooms under the same roof of what they call “the house with the sunken courtyard” are all somewhat similar. This space and story are fictional creations by the author, but they are also very reminiscent of the life he lived at that time. An adult narrator shows us this life through the eyes of a child. Through such young eyes, which cannot yet fully understand the world, the Korean War and its aftermath become much more vivid for the reader than any historical account could be.

Park Wansuh’s novel The Naked Tree is also an outstanding testimony and record of the Korean War. The daring and unflinching perspective of a twenty-year-old woman, not very young, but not quite fully mature, is particularly striking. A glimpse of the terrible time suffered by those who could not escape from the battleground of Seoul during the Korean War is depicted in scenes that pull the reader in. The work reveals a kind of life in Seoul that was not recorded in the history books, and brings into relief the wearisome silhouette of an artist hidden from public memory.

Fiction or novels can often be far stronger than bare facts or sparsely recorded history. In South Korea, there have been times when it was also impossible to depict or talk about certain historical events without facing severe consequences. The clearest example of this is any reference to the Gwangju Uprising in 1980. Many people who lived in other cities had no way of knowing what was happening during those tragically momentous days in Gwangju. Information was blocked and facts were distorted. For a long time, even the word “Gwangju” was taboo. It took years to even acknowledge that such a prohibition existed. Strictly speaking, it would be more accurate to say that the events of May 1980 have still not been properly investigated or brought to light.

This is precisely why Han Kang’s novel Human Acts draws much closer to truth than any historical record. Through the character of a young boy who was part of the Gwangju Uprising, Han reveals an inner space overlooked by other narratives. It has a very different quality to the evidence of cold-blooded violence shown in the documentary footage that survives. The terror and despair, the conflicting feelings of someone caught in the middle, are conveyed intact. Seeing the corpse of the boy’s friend left to rot, along with so many others, induces a strong desire for truth, truth of a world in which the facts have still not been fully revealed. Through the lens of another’s suffering, the reader is taken directly to the point of compassion.

The “I” and Detective Kim who appear in Hwang Ji-woo’s poem “To Detective Kim Who Is Humane, Too Humane” are no different. In the poem, the tortured “I” shakes hands and shares smiles with his torturer, Detective Kim. “I” was tortured in reality, but at the same time, he is also a poetic voice that exists only in the space of a poem. Detective Kim is an actual person who has tortured someone, but he is also a fictional character who exists in a poem. When the two people ask each other how they are and talk about what they have been doing since the incident, the conversation may not be truthful, but there is an agitated echo that leaps beyond questions of fact.

The important thing is not the veracity of their exchange, but rather that, in the scene where the two “act” as though nothing has happened, there is a chilling truth that rises up from the depths, hidden by the official history that denies it. The scars left on “I” by the grossly inhumane torture stand in stark contrast to the too humane Detective Kim.

Although both poetry and fiction set out from facts and history, they surpass simple descriptions or testimonies and function as meaningful statements. In the poem “The Apprentice’s Dream” by Park Nohae, who conveyed the labor conditions of the 1980s in a simple but heartbreakingly truthful way, we discover an anguished confession. The poem does not focus on the dangerous working conditions, terrible injustices, or merciless circumstances faced by workers. Like the “dream” in the title, the apprentice’s dream is confined to a small and humble world. If one can lead an ordinary life only in one’s dreams, then one’s life has clearly taken a wrong turn.

Shin Daechul is greatly concerned with the division of North and South Korea, and depicts it in his poetry not as an issue of politics but as an issue of people, thus revealing a way for our reality to become literature. In “I Don’t Know Who You Are but I Love You,” he calls out, “you who are . . . / nowhere in our land, / I don’t know who you are but I love you.” Here, he enters into the realm of truth beyond fact, where love defies the reality of living across a militarized border zone. This is also the reason that the poem “They Say We Should Wait,” written by Kim Ki-taek to share the desperation and suffering following the 2014 Sewol Tragedy, begins with a text message left by one of the deceased. The text message of “They say we should wait” is not simply a piece of evidence found on the deceased’s phone, but stands as a symbol of the Sewol Tragedy and of our society as a whole. In such a way, poetry and novels deal with things that cannot endure as history or fact.

Gong Ji-Young’s novel The Crucible, which was based on an actual case of sexual abuse at a school for children with disabilities, is an example of literature becoming a catalyst for making things happen in the real world. In the end, the events in the novel, which were also made into a film, brought about such public indignation that an investigation was reopened and those responsible were brought to trial.

Kim Soom’s novel One Person captures truth that goes beyond the many non-fiction narratives of the Korean comfort women. The story begins when all of the other victims of sexual slavery have passed away, leaving only one last survivor.

Unlike history, literature is made up of stories that plausibly could have happened. But literature is also capable of reaching under the skin into the minds, realms, and lives that history tends to eliminate. Although the way of literature may be a narrow and perilous path, it is precisely within literature that we can discover the experiences of people excluded from history: the shame of those for whom history is a wound, the hope of those who dream of a better life in the midst of that history, and even the despair of those who have to brutally keep it bottled up. It is also in literature that those facts that have yet to be settled, things which have already passed but which will continue to shape our futures, have a much more holistic form. Every Korean novel is both wholly fiction and wholly historical. Literature is the last stronghold of those who have suffered.

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