L’arte “Minhwa” alla Fondazione Matalon di Milano.

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Si inaugura il 12 luglio 2018, alle ore 18,30, presso la Fondazione Matalon di Milano, Foro Buonaparte n. 67, la mostra sull’arte “Minhwa”, pittura tradizionale e popolare coreana.
L’arte Minhwa, fin dalle origini, ha rappresentato nella pittura coreana animali e figure della mitologia popolare, scene di vita quotidiana e simboli di felicità e benessere. Un tempo, i suoi artisti si spostavano di città in città seguendo eventi religiosi e manifestazioni locali, e realizzando lavori su ordinazione commissionati da nobili o persone comuni. Il triste evento storico della Guerra di Corea (1950-1953) ha decretato il declino di questa tradizione che ha avuto una rinascita solo a partire dagli anni ottanta del secolo scorso. Grande merito nella ripresa dell’arte Minhwa va all’associazione Korean Folk Painting, la più grande in ambito artistico di tutta la Corea. Nasce nel 1995 per unire e rappresentare gli artisti che intendono proseguire e riproporre in chiave contemporanea il genere Minhwa, dando vita ad un vero e proprio movimento.

 

“Su Muk”, l’arte della pittura coreana a inchiostro in mostra a Milano.

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Si inaugura il 3 luglio 2018, alle ore 18,30, e proseguirà fino al 10 luglio, la mostra collettiva di “Su Muk” (inchiostro asiatico), presso la Fondazione Luciana Matalon di Milano. La mostra, curata da Michela Ongaretti, rientra negli appuntamenti della Korean Wunderkammer 2018, il festival dedicato all’arte coreana che si svolge da alcuni anni a Milano nei mesi di giugno e luglio.

Settanta artisti coreani anno portato negli spazi espositivi della Fondazione Matalon le antiche tecniche e i saperi della pittura a inchiostro coreana. Per le opere esposte sono stati utilizzati gli strumenti della calligrafia tradizionale per poi avvicinare illustrazione e pittura in un unico genere. La tecnica del “Su Muk” trasforma in acquerello il nero profondo dell’inchiostro secondo concentrazioni diversificate. Servono anni di pratica per perfezionare il movimento del pennello e il flusso di inchiostro, calibrando la tonalità e l’ombreggiatura ottenute variando la densità dell’inchiostro, sia mediante una macinazione e levigatura dello stick di inchiostro in acqua, sia a seconda della pressione della pennellata. Sin dai tempi antichi l’ombreggiatura è una tecnica così raffinata da riuscire a rendere variazioni nella tonalità sorprendenti, dal nero intenso al grigio argenteo. La stessa millenaria tecnica oggi viene associata ad altri colori per una resa delicata o decisa, influenzati da quella filosofia per cui non si riproduce semplicemente un soggetto ma si cattura il suo spirito.

La tigre nell’arte coreana.

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La tigre è un elemento che appare frequentemente nella mitologia, nelle fiabe e nelle tradizioni popolari della Corea. E’ anche un tema molto ricorrente nella pittura, nella scultura e nell’artigianato.
Le prime raffigurazioni della tigre in Corea risalgono all’età del bronzo (reperti archeologici nella zona di Ulsan). L’immagine del felino appare in seguito sulle pareti delle tombe di Goguryeo (37 AC-668 DC), all’esterno delle tombe reali di Silla (676-935) e in molti reperti di epoca Goryeo (918-1392). Tuttavia, le maggiori testimonianze artistiche oggi conservate risalgono alla più recente dinastia Joseon (1392-1897), e si tratta in particolare di dipinti su carta.
Figura protettrice e di congiunzione fra il mondo dei vivi e l’aldilà, ritroviamo dunque la tigre dipinta sulle pareti delle antiche tombe reali e scolpita sui sarcofaghi di pietra.
È importante sottolineare, inoltre, come la tigre sia stata sempre venerata come una delle quattro divinità protettrici del paese nelle quattro direzioni: il drago blu a est, la tigre bianca a ovest, l’uccello vermiglio a sud e la tartaruga nera a nord.
La prospettiva coreana della tigre si trasforma durante la dinastia Joseon. La rappresentazione si fa più realistica e la tigre appare in molti dipinti sul Capodanno come talismano per respingere le forze maligne. Una tigre dall’aspetto feroce viene in questo periodo spesso associata al potente drago, mentre una rappresentazione comica appare tipicamente con le gazze, portatrici di buone notizie. La tigre è stata variamente ritratta nell’arte coreana in quanto percepita come qualcosa di più di un semplice trofeo di caccia o di un feroce predatore. Essa è stata venerata come una divinità che controlla il destino umano e custodisce lo spazio e il tempo, e in quanto tale considerato un essere soprannaturale dalla forte carica spirituale. Simbolo di buona fortuna, di coraggio e di potere.

Scarica gratis la rivista del Museo Nazionale coreano!

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Puoi scaricare gratuitamente l’ultimo numero della rivista trimestrale edita dal Museo Nazionale della Corea, pubblicazione dedicata all’arte coreana. In questo numero interessanti articoli sulla rappresentazione della tigre nella pittura coreana e sui vasi Celadon di epoca Goryeo e Joseon.

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“L’impronta del tempo: ieri, oggi e domani”. Collettiva di 22 artisti coreani a Roma.

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Giovedì 29 marzo, alle ore 19,00, si inaugura presso l’Istituto Culturale Coreano di Roma la seconda mostra annuale di ARCOI (Associazione di Artisti Coreani in Italia).

La mostra presenta le opere di ventidue artisti coreani frutto della loro ricerca sul tema del tempo attraverso il linguaggio pittorico, scultoreo, fotografico, quello del tessuto d’arte e dell’installazione. Il tema della mostra – L’impronta del tempo: ieri, oggi e domani – indica una ricerca del tempo e dell’infinito nella concezione contemporanea, nella risonanza materiale e interiore. L’impronta del tempo: ieri, oggi e domani non trasmette soltanto il concetto del tempo cronologico, bensì invita a riflettere su un interrogativo: Quale tempo troviamo nel cuore?

Per la realizzazione delle opere, oltre a olio e acrilico, carboncino, gesso, legno, marmo e granito, sono stati utilizzati carta tradizionale coreana, carta lucida, foto stampata in 3D lenticolare, tessuto, perline, stucco e foglia d’oro. In riferimento al concetto di tempo sono presentate diverse modalità di osservazione.

Tra i molteplici approcci, A Young Hwang esprime una modalità filosofica ricorrendo alla penna su carta lucida. La sua opera è intitolata Root: «Il totale passato è presente. Il passato esiste nello stesso momento del presente». Gyung Hee Joh invita a entrare nella sua visione interiore dove c’è Il tempo del Limbo tra passato e presente, con un paesaggio intimo dipinto a olio. Ji Hye Kang dimostra una grande capacità di disegnare dal vero, con il carboncino, le tracce che il tempo lascia sul viso. Tae Hyun Kang fa vedere l’immagine della persona nel passato e contemporaneamente nel presente attraverso la tecnica della foto 3D lenticolare. In quel tempo… Annunciazione: con questo titolo, Hwal Kyung Kim Maria propone un’opera che tratta il concetto di tempo come kairos, tempo di Dio. Guardando al mistero dell’Incarnazione di Gesù, il lavoro esprime l’invisibile nel visibile. È realizzato con stucco, tempera e foglia d’oro su legno. Mi Jin Kim realizza l’immagine di un’ombra della memoria offuscata, un approccio all’inconscio. Per il suo Astratto senza titolo, la tecnica è il dripping. Con un pezzo di legno scolpito dalla natura, Jae Kyung Kim esprime l’impronta del tempo. Sung Il Kim scolpisce la sua opera Movimento invisibile in marmo e granito, ricollegandosi all’idea che il tempo è principio del mutamento di tutte le cose. Raccogliendo pezzi di legno che erano stati utilizzati per una barca, Hyun Sook Lee ricrea la storia degli immigrati morti in mare durante il viaggio nel quale cercavano una nuova terra, un nuovo cielo. Grazie all’uso della terracotta, Sow Hyung Paik ricostruisce momenti passati con frammenti che rigenerano la forma scultorea: Momenti nuclei emozionali. Park Seung Wan vive nella linea. La sua linea separa ieri e oggi: è La linea che divide realtà e sogno. Mediante un ritratto o l’immagine di una statua greca classica, l’artista esprime un intervento di oggi nella bellezza di una volta. Yoo Sun Shin ricrea con la stoffa la bellezza della poesia di Mondrian o quella dei manufatti dei nostri antenati, che sapevano utilizzare i colori con il massimo dell’armonia e della proporzione. Shin usa anche perline e filo da cucire. Hyun Sook Son lavora sul rapporto tra mutamento ed Eternità, rapporto nel quale, secondo l’Antico Testamento della Bibbia, si manifesta la presenza di Dio: Analizzo le nuvole con i frammenti della permanenza per cercare una vitalità che sappia esprimere l’essenzialità.

Ogni artista raffigura il tempo così come la sua esistenza gli suggerisce, in riferimento a dove guarda, a ciò che cerca, a chi cerca. Tutto dipende da quale profondità di visione della vita ognuno concepisce e da ciò in cui crede.

Il “Nongak” nelle opere di Choi Keun Bae.

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Choi Keun Bae, 1942, “Farmer Folk Band”, Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, Seoul.
Musica, danza e colori in una tipica scena di “Nongak”, musiche e danze tradizionali coreane molto diffuse in passato nelle campagne, oggi forma d’arte riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco.
La Nongak ha le sue radici nel tentativo di placare gli dei per ricevere un raccolto abbondante e scacciare gli spiriti maligni. È un mix di percussioni, sfilate, danza, teatro e acrobazie.

L’eleganza e l’audacia delle opere di Shin Yun-bok (신윤복).

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Shin Yun-bok, in coreano 신윤복 (1758–1813), noto anche con il nome di Hyewon 혜원, è considerato uno dei maggiori artisti coreani di epoca Choson. Con le sue coraggiose, e a volte ironiche, rappresentazioni di vita quotidiana ha rivoluzionato la pittura coreana del 18° secolo, lasciandoci una preziosa testimonianza della Corea del passato, della sua società, dei suoi stili di vita, dei suoi vizi e delle sue virtù. Nelle bellissime e raffinate opere di Shin Yun-bok ritroviamo diversi soggetti, dal nobile al contadino, con una particolare attenzione alla figura femminile, dettaglio molto importante in quanto nella pittura dell’epoca dipingere le donne era considerato qualcosa di molto disdicevole tra gli artisti di corte. Nell’immagine qui sopra abbiamo un esempio classico della audacia artistica di Hyewon: una Biguni (monaca buddhista) che saluta una Kisaeng.

Nasce K-Art, una nuova pagina dedicata all’arte e a alla cultura coreana.

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Cari amici e lettori,

è con grande piacere che comunichiamo la nascita di una nuova pagina dedicata esclusivamente all’arte coreana.

Il nuovo progetto ha l’obiettivo di aprire un osservatorio sull’arte e sugli artisti coreani del passato e del presente. Non amiamo fare nette distinzioni tra arte contemporanea e arte moderna o tradizionale, come pure non amiamo fare distinzioni tra artisti già affermati e giovani artisti agli esordi.

Uno dei nostri obiettivi, infatti, è quello di capire dove stia andando la giovane arte coreana. La Corea è un paese molto innovativo non solo nei settori più noti della tecnologia ma anche in altri ambiti come la moda, il design e, appunto, l’arte di cui vorremmo in futuro parlarvi.

Il nuovo sito è accessibile all’indirizzo koreanart.it, e vi ricordo che è già attiva la nostra pagina FB all’indirizzo facebook.com/koreanart.it.

Grazie a tutti per averci seguito finora e, nella speranza di ritrovarvi da oggi non solo su calmomattino.it (che ovviamente continuerà nella sua attività), ma anche su K-Art, inviamo un caro saluto a tutti.

Giancarlo Pappagallo

 

Antiche scritture ritrovate in statue del Buddha.

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Delle scritture buddhiste stampate nel 14^ secolo sono state ritrovate all’interno di alcune statue del Tempio di Haeinsa (해인사), nella regione del Gyeongsangnam-do (la regione di Busan, nel sud-est del paese).
L’incredibile scoperta è avvenuta a seguito di alcune verifiche effettuate con i raggi X all’esito delle quali è emersa la presenza di alcuni oggetti nell’interno cavo di tre statue raffiguranti il Buddha, statue risalenti al 15^ secolo circa. E’ quanto reso pubblico dall’ordine Jogye del buddhismo coreano.

Si tratta di copie del “Dharani dell’Illuminazione” (성불 수구 대다라니), e di 28 volumi del “Sutra Avatamsaka” (대방광불 화엄경), stampate utilizzando i famosi Tripitaka Koreana (팔만 대장경), antichi blocchi in legno per la stampa.
Secondo gli esperti di conservazione culturale dell’Ordine Jogye “Queste scritture hanno un alto valore storico per le ricerche sulla storia della pittura, della filosofia e della bibliografia buddista coreana”.

Alla Venaria Reale di Torino un workshop sulla carta Hanji coreana.

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Dal 20 al 23 novembre 2017, il Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano e la Overseas Korean Cultural Heritage Foundation (Fondazione per il Patrimonio Culturale Coreano all’Estero) hanno organizzato il workshop “Comprensione e Conservazione del Rotoli Coreani: i Jokja” presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, al quale hanno partecipato dieci restauratori provenienti da vari istituti quali l’Archivio di Stato di Torino, l’Abbazia di Praglia, l’ICRCPAL e il CCR “Venaria Reale”.

Il workshop ha offerto ai partecipanti la possibilità di sperimentare i metodi di conservazione della pittura utilizzando la carta coreana Hanji, consentendo un approfondimento sulle tecniche di realizzazione dei dipinti coreani, usando carta coreana, seta e colla, e sulle tecniche di foderatura e montatura necessarie per la loro conservazione.

Park Chi sun, professoressa presso il Dipartimento di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università Yongin, ha condotto la lezione teorica e pratica sul restauro delle opere coreane e la realizzazione della copia di un rotolo riportante il “Ritratto di Jo Gwanbin” (conservato presso il Museo di Gyeonggi), esempio rappresentativo del ritratto su rotolo della dinastia Joseon.

Cha Mi Ae, Direttrice della Divisione Ricerche della Fondazione ha presentato le diverse forme di montatura secondo l’uso della pittura tradizionale coreana. Il Museo di Gyeonggi, a sua volta, ha introdotto il ruolo del Museo nella conservazione della tradizione del ritratto.

La carta hanji tradizionale viene prodotta con corteccia di gelso pestata in un grande mortaio. Le fibre di cellulosa sono molto lunghe e si impigliano strettamente le une con le altre durante il processo di produzione, dando vita ad una carta al tempo stesso molto forte e molto pieghevole.

Il materiale usato per l’incollatura non è chimico, ma è ottenuto dalla linfa del gelso. Ciò permette alla carta carta di mantenere il suo colore e la sua pieghevolezza per secoli. La consistenza e l’assorbenza della carta hanji è da sempre apprezzata dai calligrafi e dai pittori orientali.

Korea Literature Now: intervista a Jeong You Jeong.

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<Published under authorization of Korea Literature Translation Institute (source koreanliteraturenow.com)>

Jung Yeoul: I’d like to start by asking what you’ve been up to since 28 and The Good Son were released.

Jeong You Jeong: From May last year, when The Good Son was released, until October, I was on a publicity tour for the book and attending literary events. I met quite a few international readers in places like Arles and Aix-en-Provence, in France, too. I gave a talk about Seven Years of Darkness at a huge library, and I was really pleased to see foreign readers actively asking questions and buying a lot of copies of the book. Recently, I went to the United States for the first time. My younger sister lives there. I was intending to plan out my next novel under the warm California sun, but we spent so much time swimming and enjoying the sunshine that the trip went by faster than I realized. I’m now in the midst of research for that novel. While I was writing The Good Son, which has a psychopath as the protagonist, I started to worry that the book was getting to me and I was becoming a psychopath myself. But after resting and allowing myself to recharge, it seems like I’m ready to start working on something new.

Jung: The premise of 28 is that a disease is transmitted to humans by man’s best friend—dogs. I’m curious to know what prompted you to come up with this idea.

Jeong: In 2011, South Korea was struck with an outbreak of foot-and-mouth disease. As a reactionary measure, countless cows and pigs were buried alive. Millions of cows and pigs, buried alive just like that. When I saw on the news what was happening, it rubbed me the wrong way, but I didn’t think about it much. One day early in the morning, though, I saw a video by an animal rights activist who’d gone to a place where pigs were being buried. The activist was almost wailing as she shot this video of pigs being indiscriminately buried alive. On camera was this scene of holes being dug and pigs being pushed into them, squirming to stay alive and stepping on top of each other, and the activist absolutely bawled while watching. I cried a lot, too. God will spite us for this, I thought. I wondered what would have happened if this hadn’t been foot-and-mouth disease but some truly deadly animal-spread illness—if it had been a deadly infectious disease, something that could be spread by dogs and cats, would we humans have killed all our cats and dogs, too? Those were the questions that came to mind. That evening, I finished a short synopsis of the book. I was originally a nurse, but I needed more specialized knowledge about contagious diseases, so I searched out veterinary professors and studied up on viruses before writing 28.

Jung: Unlike your other books, 28 has multiple narrators and is told from several points of view. Did your decision to structure the book like this have a connection to its subject matter?

Jeong: With Seven Years of Darkness, I went deep into the narrator’s inner thoughts, but in 28, I was trying to expand my narrative capabilities as much as possible. Just one perspective isn’t sufficient to do that. The main character has blind spots, you see. If I’d told the story as an omniscient narrator, the mentality of the novel’s protagonist or narrator wouldn’t have been as vivid, so I wrote neither in the first person nor as an omniscient narrator—I wrote in close-range third person, with multiple narrators. Since it was the first time I’d written in third person from multiple perspectives, it was really challenging and strenuous, but after completing the novel, I had a new sort of confidence as a writer.

Jung: Your work has dealt with the idea of the villain in multiple ways, but you said that in The Good Son, you were able to pursue this idea most satisfactorily and with the most depth. What made you want to explore the inner mind of a villain?

Jeong: I think that there are two coexisting sides to humans. You can really see this if you compare us to apes, the typical examples being orangutans, gorillas, chimpanzees, and bonobos. Bonobos are a pacifist species, and they try to solve all conflicts with love. Because they use physical connection as the solution to conflict, you sometimes hear that Bonobos are “promiscuous.” Chimpanzees, on the other hand, are masculine and aggressive. I see humans as having both these extremes, the bonobo-like pacifism and the chimpanzee-like aggression. In some regards, humans are unbelievably noble, and in other regards, unbelievably shameful and nasty and wicked. What I depict best is not humanity’s grandeur but its wickedness. Since college, I’ve really enjoyed classes related to psychiatry. This interest in humanity’s dark and wicked sides developed into my curiosity as an author who writes thrillers.

Jung: How did your way of thinking change before and after you started to write books? I’m curious to know how your thoughts about evil have changed.

Jeong: Before I started writing novels, I thought that it was evil to disobey the norms that have been laid out by our society, to commit acts like murder or theft. But after studying evolutionary psychology and cognitive science, I realized that social norms and morality are elements of cultures, and that these norms are things that humans have created. If other animals fight and kill amongst themselves, we don’t say that it’s wicked or pass moral judgment. I find it very interesting to think about human evils for what they are and to study where they come from without using morality as a restrictive standard. I’ve developed an eye for looking at the “evil itself” without holding it to a moral standard or ethical criterion.

Jung: I’m curious to talk about what you’ve been working on recently as well. Your readers are probably wondering, too. What are you writing right now?

Jeong: It’s been ten years now since I became a writer, and I’ve published five books. For my sixth book, it looks like I’m going to finally have a female protagonist at the forefront. I’ve only written male protagonists until now. I’m planning to bring a lot of fantastical elements into the next novel. The book will draw from the genre of fantasy while maintaining the elements of a thriller. As in 28, the premise will be widespread societal disaster.

Jung: I know that you take copious amounts of notes when you’re working on a novel. I’d like to hear about the writing process, from your initial ideas for subject matter to the synopsis to the completion of the work.

Jeong: Once I have an idea and write down a synopsis, I start to do a huge amount of research. First I read a ton of books, next I do interviews, and then I handwrite a draft in a notebook. Then I see what I need to supplement. After that. I go out to gather more information and add what’s needed. This is when the real work begins, and as I start to work on my laptop, I add flavor to the details, make the scenes livelier, and give the characters more of a three-dimensional quality. Even though it’s just a rough draft, I go through these three steps in the writing process. If more than 10 percent of the original draft is left, I consider the novel to be a failure. This is because what I think of first tends to be at the surface level of my consciousness, and I find that that’s not where my real creative inspiration lies. I’m not the type to trust myself. Only if I skim off that first superficial idea will the real story hiding at the bottom of my consciousness rise to the top, so I revise my drafts multiple times, throw them away, and write them again. Lastly, I read the manuscript backwards. If I have chapters one through twenty, I read from twenty to one. When I examine the story backwards like this, I can see the final holes in the manuscript. Filling those holes is my last job. The novel that was the most different from its original synopsis was The Good Son, and the most difficult to revise was 28.

Jung: You’re also a really diligent reader, as you read widely in a variety of fields for your research. What have you been reading recently?

Jeong: A while ago, I developed an interest in astrophysics. I’ve been learning about the Big Bang Theory, too. I looked at some books on quantum physics as well, but they were so difficult that reading them would make my mind go blank, and I’d slump over as if I’d just taken ten sleeping pills at once. [laughs] Now I’m very interested in anthropology. Jared Mason Diamond’s books are all good. Recently I’ve been reading research on apes and chimpanzees, anthropology and social psychology readings, things like that. Yuval Noah Harari’s Homo Deus is really interesting, too.

Jung: If you look at your previous works, they all have strong components of a thriller. Is there a reason you’re attracted to thrillers in particular?

Jeong: I think there are two kinds of novels. The first type is a novel that makes you think and the second is a novel that gives you experiences. Novels that make the reader think are philosophical and are difficult, profound stories. In novels that make readers have new experiences, the most important thing is a feeling of solidarity with the reader. You have to grab the reader’s hand and pull him or her into a new, unfamiliar world. Then you have to lock the door so he or she can’t escape. I always wanted to write those kinds of novels. I wanted to show this world that I created to readers and say, “This is how I see the world and humanity and life. How do you see them?” And that’s how I came to enjoy thrillers, because they incite curiosity in readers. I like fear, too. When I was writing Shoot Me in the Heart, I spent about a year going hiking alone at night in order to understand the psychology of a blind person. It was a little scary, walking through cemeteries alone. I’d like for readers to feel that same sort of chilly terror when they read my books. I hope that reading my books has that same thrilling excitement, the feeling you get when you turn around thinking, “Is there something behind me?” or because it seems like someone just brushed by you.

Jung: Shoot Me in the Heart has been turned into a movie, and Seven Years of Darkness and The Good Son are currently in the process of being made into films as well. How do you feel about this?

Jeong: I think that movies are really in the realm of the director. I don’t care if the director caters to my own novelistic intentions; I just want the movie to show off the director’s creative vision. I actually hope that the director can present some completely new perspective that I’ve never thought of. The scriptwriters have all told me that out of the books they’ve worked with, my novels are the most difficult to make into movies. There’s no fluff that can be cut out. If you remove even one plot element from the original novel, the entire narrative structure falls apart. When I last saw the script for Seven Years of Darkness, it was in its thirtieth draft. The thirtieth draft! They said that after that, they revised it seventeen more times. That’s how difficult and frustrating it is to make novels into movies.

Jung: Thrillers are such a firmly established genre abroad that it must have been a challenge to break into the market. I’d like to hear if you think that there are certain characteristics common to your novels, traits that distinguish “a Jeong You Jeong thriller.”

Jeong: I don’t target foreign readers when I write novels. I don’t even target domestic readers. Readers say that I’m not a reader-friendly writer. It seems like I always do the exact opposite of what they want. They ask me, “Please, could you just stop writing about villains?” but I don’t. Other readers ask, “Can’t you make your dark stories a little more palatable and write something happy with nice characters?” I’m the kind of writer who doesn’t bend to the will of my readers at all. Instead, I try as hard as I can to make them enjoy my writing. If that means I need humor in the book, I write humor, and sometimes I even make the story lewd—whatever it takes to make readers interested enough to turn to the next page. But with that in mind, the premise and the subject matter are completely my own. I don’t work around readers’ tastes but focus rather on the psychological thriller at hand. I pay a lot of attention to shedding light on characters’ inner psychology.

Jung: I want to hear what you’re going to write next. What do you plan for the future?

Jeong: I want to tell the most fundamental, basic life stories. Just like everyone else, there have been a lot of twists and turns to my life, and we all have our own grief. I want to write about these simple twists and turns and sorrows. My hope has always been to put out novels regularly, and at a certain level of quality. I hope that I can continue to write for the rest of my life.

by Jung Yeoul
Literary Critic and Writer

Arte coreana: Kwon Young-Woo.

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Kwon Young-Woo (1926-2013), senza titolo, 1984, cm 135 x 109, inchiostro su carta.

Kwon Young-Woo è stato uno dei maggiori interpreti della pittura coreana monocroma contemporanea. Ha principalmente lavorato con strumenti della tradizione coreana quali la carta e l’inchiostro ma sperimentando sempre nuove tecniche. Nell’opera riprodotta, ad esempio, ha effettuato delle incisioni sulla carta lasciandovi scorrere successivamente l’inchiostro all’interno.

Arte coreana: il Celadon del periodo Goryeo.

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Un pregiato esempio del famoso celadon coreano con la rappresentazione di una gru, motivo molto ricorrente nell’arte coreana ed orientale, simbolo di nobile spirito e longevità. Il pezzo è decorato con nuvole (a forma di carattere cinese “之”) che si snodano nel cielo, mentre le gru volano liberamente tra di esse. Questi eleganti disegni mostrano un aspetto dello stile di vita e del gusto dell’aristocrazia coreana durante il Regno Goryeo (918-1932).

Il pezzo è attualmente conservato presso Il National Museum di Seoul.
(Il celadon è un tipo di ceramica che utilizza una vetrinatura traslucida, cioè uno smalto vetroso, di colore tendenzialmente verde o blu-grigio).

Arte coreana: Kim Hongdo.

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Un pezzo della collezione permanente del Museo Nazionale di Seoul a firma del celebre pittore Kim Hongdo (1745-1806), cm 28 x 24. L’artista cattura un gruppo di artigiani impegnati nella costruzione di una casa tradizionale. Uno dei lavoratori lancia le tegole al collega sul tetto, un altro tira con una corda il fango necessario ad applicare le tegole, i capentieri lavorano il legno e controllano la perpendicolarità delle colonne.

L’arte “Minhwa” alla Fondazione Matalon di Milano.

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Fino al 13 luglio 2017 sarà visitabile alla Fondazione Matalon di Milano, Foro Buonaparte n. 67, la mostra sull’arte coreana Minhwa, arte popolare di stile tradizionale.

L’esposizione si concentra sulla pittura popolare di stile tradizionale coreano dei nostri giorni ma eseguita seguendo ancora i principi e i canoni del diciassettesimo secolo. L’arte Minhwa fin dalle origini rappresenta in pittura, su carta o su tela, animali e figure della mitologia popolare, scene di vita quotidiana e oggetti quali simboli di felicità e benessere. I suoi artisti si spostavano spesso tra le città di culto per manifestazioni locali dove si fermavano per eseguire lavori su ordinazione commissionati da nobili o persone comuni. Allora, come oggi, i soggetti raffigurati più comuni sono gli animali: ad esempio, la Tigre e la Carpa simboleggiano rispettivamente potenza e successo; hanno funzione apotropaica e benaugurale anche uccelli e animali domestici come il gatto e il gallo o ancora la carpa, figura molto frequente e tra le più amate di sempre.

Il triste evento storico della Guerra di Corea (1950-1953) ha decretato il declino di questa tradizione che ha avuto una rinascita solo a partire dagli anni ottanta del secolo scorso. Grande merito nella ripresa dell’arte Minhwa va all’associazione Korean Folk Painting, la più grande in ambito artistico di tutta la Corea. Nasce nel 1995 per unire e rappresentare gli artisti che intendono proseguire e riproporre in chiave contemporanea il genere Minhwa, dando vita ad un vero e proprio movimento. Korean Folk Painting ha rapporti con il Ministero dell’Educazione della Corea del Sud che ne sovvenziona i progetti espositivi e culturali con il fine di tutelare, promuovere e tramandare questa antichissima tradizione.

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Due settimane di arte coreana a Milano!

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Dal 7 al 21 luglio 2017, a Milano, due intense settimane dedicate all’arte coreana, con l’edizione 2017 della “Korean Wunderkammer”. Diversi luoghi dell’arte e della cultura accoglieranno un grande festival di arte contemporanea coreana, con pittura, scultura, fotografia ed installazioni. Nell’arco di quindici giorni sarà possibile visitare tre diverse mostre di altrettante associazioni artistiche coreane che esporranno i loro lavori presso la Fondazione Luciana Matalon, la Galleria Maec e il centro culturale San Fedele, il tutto organizzato da Orange Bridge Milano, l’Associazione Lombardia Corea, l’Associazione Korean Folk Painting ed Artevent.

Si comincia il 7 luglio presso la Fondazione Luciana Matalon. Saranno presenti più di cento protagonisti dell’arte Minhwa, la pittura popolare tradizionale coreana, presentati dall’Associazione Folk Painting.

Dal 13 luglio, presso la galleria Maec è di scena l’arte giovane coreana con pittura, scultura e installazioni di artisti provenienti da diverse aree del paese, selezionati dall’Associazione Artevent.

Dal 17 luglio invece, presso San Fedele Arte, un focus fotografico sulle tradizioni culturali e spirituali dell’isola coreana di Jeju, a cura di Orange Bridge.

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